Endopeptidasi

Nuovi dati, consulti gratuiti tramite le farmacie e soprattutto nuove scoperte.

Tra le ultime novità c’è uno studio diffuso durante la Digestive Disease Week, il più grande convegno internazionale dedicato alla gastroenterologia: Julia König e i suoi colleghi hanno documentato che una compressa a base di enzimi da assumersi durante i pasti che contengono glutine può far sì che una grossa parte della proteina non arrivi all’intestino tenue. Questi enzimi, precisano i ricercatori, sono già in commercio negli Stati Uniti nella forma di integratori.

Non si tratta di una cura per la celiachia, di una terapia né di uno stratagemma per consentire ai celiaci di sfuggire all’intolleranza. Potrebbe però essere un modo comodo ed economico per sentirsi più al sicuro quando si mangia fuori casa, dove è virtualmente impossibile essere sicuri al 100% che il cibo non sia “contaminato” dal glutine.

Il filone di studi che si concentra sugli enzimi (come le prolil-endopeptidasi, PE, che “attaccano” le proteine a livello dell’amminoacido prolina) è al lavoro da molti anni. Già nel 2006 un lavoro coordinato dall’immunologo Fritz Koning del Leiden University Medical Centre suggeriva che le prolil-endoproteasi (AN-PEP), ricavate dal fungo Aspergillus niger, potessero giocare un ruolo importante nella celiachia. Uno degli ostacoli più grossi di fronte alla possibilità di somministrarli ai pazienti per via orale, tuttavia, è sempre stato il rischio di inattivazione a livello gastrointestinale.

Non tutti i risultati sono stati egualmente promettenti, ma altri studi – nel 2013 e nel 2015 – avevano già mostrato che somministrando le endoproteasi con una sonda gastrica per la nutrizione, all’interno di un pasto liquido, questi enzimi erano in grado di degradare efficacemente il glutine.

Ma il team di Julia König, ricercatrice alla School of Medical Sciences della University of Örebro, in Svezia, ha portato la ricerca allo step successivo. Gli scienziati hanno somministrato gli enzimi in pasti normali a un piccolo gruppo di 18 persone, che hanno mangiato un porridge che conteneva, all’interno, un biscotto di grano sbriciolato. Nessuno dei partecipanti era celiaco ma tutti avevano riportato una sensibilità al glutine. Il che può sembrare un limite allo studio ma c’è una ragione precisa: per un celiaco diagnosticato, ha precisato König, anche minime quantità di glutine possono avere effetti nocivi sul lungo termine.

A ciascuno di loro è stata somministrata una dose di AN-PEP piccola, elevata o una pastiglia placebo, per poi misurare il livello di glutine che era arrivato allo stomaco e all’intestino tenue nelle tre ore dopo il pasto.

Così gli scienziati hanno scoperto che gli enzimi avevano degradato il glutine efficacemente sia nel duodeno che nello stomaco; nei due gruppi che avevano ricevuto gli enzimi, i l livello di glutine nello stomaco era dell’85% più basso rispetto al gruppo placebo, nel duodeno dell’81% per il gruppo che aveva ricevuto una dose elevata e dell’87% in quello che aveva ricevuto una piccola dose.

Questo non significa che un celiaco che assume l’endoproteasi potrà mangiare pasta e pizza senza stare male né si tratta per ora di un possibile approccio terapeutico: ma questi enzimi potrebbero rappresentare una risorsa in extremis dopo ingestione accidentale. Un asso nella manica per chi soffre di questa intolleranza che è ormai la più diffusa: guardando ai dati italiani, a fine 2015 i diagnosticati erano più di 180 000, oltre il triplo rispetto al 2007. Con una prevalenza della patologia all’1%, significa che almeno 600 000 italiani sono oggi celiaci, anche se molti di loro non lo sanno ancora.

Fonte: agoravox.it

 

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