I risultati della relazione annuale del ministero della Salute sull’Italia al Parlamento. Nel nostro Paese si contano 198.427 celiaci (di cui i 2/3 sono donne)

Aumentano gli italiani affetti da celiachia. O meglio, aumentano gli italiani che scoprono di averla dopo una diagnosi: il nodo della malattia, che ancora troppo spesso è sotto-diagnosticata visto che si stima che 408mila persone ancora non sanno di averla. Nel 2016 16mila cittadini hanno saputo di avere questo problema, 5mila in più rispetto all’anno precedente. In Italia ci sono 198.427 celiaci (di cui i 2/3 sono donne).

I numeri

Le Regioni in cui si sono registrate maggiori nuove diagnosi sono la Lombardia con +5.499 diagnosi, seguita da Lazio con +1.548 diagnosi ed Emilia Romagna con +1.217. Ad un anno dall’entrata in vigore del nuovo protocollo diagnostico, sottolinea il ministero, “emerge un incremento delle diagnosi più spinto, forse favorito dalla maggiore sensibilizzazione dei cittadini ma anche dai nuovi indirizzi scientifici”. La celiachia è una condizione infiammatoria permanente in cui il soggetto deve escludere rigorosamente il glutine dalla dieta. Ormai classificata come malattia cronica, si sviluppa in soggetti geneticamente predisposti e colpisce circa l’1% della popolazione. Il problema, spiega il presidente dell’Associazione italiana celiachia (Aic) Giuseppe di Fabio, è che «ancora oggi, si ha più possibilità di ricevere una diagnosi di celiachia a seconda di dove si vive, mentre i pazienti sono uguali ovunque e meritano pari assistenza».

laCeliachia

I diritti

Sul fronte dell’assistenza è stato confermato per i celiaci il diritto all’erogazione gratuita dei prodotti senza glutine specificatamente formulati, con un tetto di spesa mensile per età. Nel 2015, il Servizio sanitario ha speso circa 270 milioni di euro per garantire gli alimenti senza glutine. Al momento, spiega il direttore generale dell’Associazione italiana celiachia, Caterina Pilo, «i tetti sono in revisione e all’esame della conferenza Stato-regioni. Si va nella direzione di una loro riduzione perche ci sarà un adeguamento ai nuovi prezzi dei prodotti alimentari per celiaci, che sono calati. Ci aspettiamo – commenta – che sia un adeguamento contenuto». Le “sfide” aperte per il 2018 sono: «Dare piena attuazione al Protocollo diagnostico individuando sul territorio i presidi per la diagnosi, dando così le stesse opportunità ai cittadini; consentire l’acquisto di prodotti senza glutine erogabili non solo nelle farmacie ma anche nella Grande distribuzione; permettere ai celiaci l’acquisto dei prodotti in esenzione anche al di fuori della propria regione».

Chi deve fare il test

«A oggi uno screening di popolazione per la celiachia non è pensabile – dice Marco Silano, direttore del Reparto alimentazione, nutrizione e salute dell’Istituto Superiore di Sanità ed esperto di celiachia -, mentre è invece opportuno in soggetti ad alto rischio, come i parenti di primo grado dei celiaci: in genitori, figli, fratelli di pazienti la probabilità di essere intolleranti sale dall’1 al 15%. I test vanno eseguiti indipendentemente dalla presenza di sintomi anche in chi ha una patologia autoimmune di altro tipo, dal diabete di tipo 1 alla tiroidite autoimmune, perché la celiachia spesso vi si associa; infine, sì agli esami in persone con patologie genetiche come la sindrome di Down o la sindrome di Turner, in cui l’intolleranza al glutine è più frequente. Per tutti gli altri, i test vanno presi in considerazione solo se ci sono i sintomi. Il test attuale per la diagnosi di celiachia è la ricerca degli anticorpi anti-transglutaminasi nel sangue: funziona benissimo per riconoscere i pazienti già sintomatici, ma non abbiamo la certezza che abbia sensibilità e specificità adeguate per essere usato in chi non ha segni della malattia, quindi a oggi non è indicato per lo screening».

I sintomi

Dolori o crampi addominali, diarrea e vomito, stanchezza, irritabilità, anemia, perdita di peso, un ritardo di crescita nei bambini sono alcuni dei segni che non andrebbero sottovalutati. «Purtroppo tuttora passano in media sei anni prima di arrivare alla diagnosi — ammette Giuseppe Di Fabio, presidente dell’Associazione Italiana Celiachia —. Intercettare i pazienti è importante perché una malattia non riconosciuta, e quindi non trattata con l’unica terapia possibile, la dieta di esclusione, può provocare conseguenze serie. Nelle donne, che sono colpite dalla celiachia, il doppio rispetto agli uomini, si associa per esempio a infertilità e a un maggior rischio di complicanze in eventuali gravidanze». Tutto dipende dall’infiammazione intestinale scatenata dal glutine in chi è intollerante: per evitarla occorre mangiare cibi che ne sono naturalmente privi (come riso o mais) e sostituire i derivati del frumento con prodotti analoghi senza glutine, alimenti in media più costosi degli altri che nonostante ciò stanno entrando sempre più spesso anche nei carrelli di chi non è celiaco.

I rischi del «gluten free»

Un terzo dei prodotti gluten free venduti in Italia è acquistato da chi non è intollerante perché togliere il grano “va di moda”, come sottolinea Di Fabio. «Tanti pensano che non mangiare glutine faccia dimagrire, ma gli studi scientifici mostrano chiaramente che non è così. L’equivoco rischia di banalizzare una patologia che ha nella dieta di esclusione l’unica terapia: eliminare il glutine non è una scelta alimentare come un’altra, ma una necessità per chi è celiaco. Peraltro scegliere il gluten free senza una diagnosi rischia di “nascondere” alcuni casi di celiachia, esponendo al rischio di mancato riconoscimento della malattia».

Fonte: www.corriere.it

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